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Il gioco libero e il Ludobus - Lasciamoli giocare!

ludobusPeter Gray,1 nel suo libro “Lasciateli Giocare” definisce il gioco un concetto contradditorio. <<Il gioco è serio, ma non serioso; futile ma profondo; fantasioso e spontaneo, ma legato a regole e ancorato al mondo reale. E’ puerile, ma è il fondamento dei più grandi risultati che si conseguono da adulti. Da una prospettiva evoluzionista, il gioco è il modo in cui la natura si assicura che i cuccioli d’uomo e di altri mammiferi imparino quanto è necessario per sopravvivere e cavarsela bene. Da una prospettiva diversa, il gioco è il dono divino che rende la vita sulla Terra degna di essere vissuta.>>2

Per Gray le caratteristiche peculiari del gioco servono a spiegarne il potere pedagogico e lo fa attraverso 3 punti.

Il primo punto è che le caratteristiche del gioco hanno tutte a che fare con la motivazione e l’atteggiamento mentale (per Blezza è la “dimensione ludica”), non con la forma manifesta del comportamento in sé.3 Gray fa l’esempio di due persone che potrebbero far la stessa cosa. Mentre una sta giocando magari l’altra non lo sta facendo, come per esempio digitare delle parole su di una tastiera: per una persona può essere un lavoro e per un’altra un gioco. Qual è la loro dimensione lo si può capire dall’espressione e dai dettagli delle loro azioni.

Nel secondo punto Gray dice che il gioco non è per forza “tutto o niente”. << Il gioco può fondersi con altri motivi o posizioni, in proporzioni che si trovano da qualche parte su una scala da zero a cento per cento. Per questa ragione l’aggettivo giocoso, che contiene l’idea di possibili variazioni di grado, spesso è più utile del sostantivo gioco, che tende a essere interpretato appunto come un “tutto o niente”. In varia misura, si può avere un “atteggiamento” giocoso” o uno “spirito giocoso” in qualsiasi attività>>4. Gray chiama questo atteggiamento “lo stato mentale giocoso”.5 Il gioco al cento per cento solitamente è dei bambini mentre negli adulti è presente in quantità inferiore.

Il terzo punto è che non esiste un’unica caratteristica identificativa del gioco, bensì si definisce attraverso diverse caratteristiche. Gray le riassume in cinque:

  1. Il gioco viene scelto e diretto dai giocatori
  2. Il gioco è un’attività in cui i mezzi giustificano il fine
  3. Il gioco ha una struttura o delle regole dettate non dalla necessità fisica ma dalla mente dei giocatori
  4. Il gioco è fantasioso, metaforico, mentalmente scisso dalla vita <<reale>>
  5. Il gioco prevede una condizione mentale attiva, vigile, ma non stressata.6

Altro stimolo interessante arriva da due autrici Iben Sandahl, psicologa, e Jessica Joelle Alexander, giornalista americana sposata con un danese. Per le scrittrici del libro “Il metodo danese per crescere bambini felici” il gioco libero aiuta i bambini ad essere meno ansiosi e insegna loro la resilienza cioè la capacità di affrontare e superare dei momenti di difficoltà. << Ed è dimostrato che la resilienza è uno dei fattori più importanti per pronosticare una vita adulta di successo (…). Oggi sappiamo che la resilienza è importante per prevenire l’ansia e la depressione, ed è una cosa che da anni i danesi instillano nei loro figli. E uno dei modi in cui lo fanno è dando una grande importanza al gioco.7

In Danimarca per molti anni ai bambini non era consentito andare a scuola prima dei 7 anni. La scuola non doveva essere troppo impegnativa in quanto doveva dare loro lo spazio per giocare.

Per molti studiosi danesi i bambini hanno bisogno dei loro spazi e di fiducia per arrivare a padroneggiare le cose da soli e per fare in modo di risolvere i problemi da soli. Questo è possibile grazie ad una buona autostima e ad una resilienza personale che viene allenata grazie al gioco. Come detto la resilienza deriva dalla forza interna dell’individuo e non da altri.

Le scrittrici recuperano nel loro libro il concetto di Vygotskij. Lo psicologo russo è famoso per aver elaborato il concetto di “zona di sviluppo prossimale”. Questa zona riguarda l’area di sviluppo potenziale; secondo Vygotskij, all’interno di quella zona il bambino può apprendere ed essere in grado di collaborare. 8

<<In psicologia, questo sostegno interno, o motivazione, è conosciuto come “luogo di controllo” (locus of control). Il termine locus in latino significa “luogo” o “posto”, e il luogo di controllo indica semplicemente il grado in cui una persona sente di avere un certo controllo sulla sua vita e sugli eventi che la riguardano. Quindi, le persone che hanno un controllo interno credono di avere il potere di controllare la loro vita e le cose che vi accadono. La loro motivazione è interna, personale; il loro luogo di controllo viene da dentro. Le persone che hanno un luogo di controllo esterno credono che la loro vita sia controllata da fattori esterni come l’ambiente o il fato, sui quali esse hanno poca influenza. Quel che le guida viene dal di fuori e non possono cambiarlo. Tutti subiamo l’influenza di ciò che ci circonda, della cultura e dello status sociale, ma quanto controllo sentiamo di avere o meno sulla nostra vita, indipendentemente da questi fattori, è quel che fa la differenza tra avere un luogo di controllo interno o esterno>>9

Molti studi hanno dimostrato che i bambini, gli adolescenti e gli adulti che hanno un forte luogo di controllo esterno sono predisposti all’ansia e alla depressione e diventano ansiosi perché credono di controllare poco, o di non controllare affatto, il loro destino, e si deprimono quando questo senso di impotenza diventa troppo grande.10

In una ricerca la psicologa Jean M. Twenge dimostra, attraverso un test chiamato “Scala Nowicki-Strikland”, come negli ultimi cinquant’anni c’è stato uno sensibile spostamento da un luogo di controllo interno ad uno esterno in bambini di tutte le età partendo dalle elementari fino alle superiori. Nel 1960 coloro che dichiaravano di aver il controllo sulla propria vita erano superiori dell’80% rispetto a coloro intervistati nel 2002.11 Di questi la maggior parte sono bambini delle elementari. Questo significa che provano quel senso di impotenza sempre più in giovane età. L’aumento del luogo di controllo esterno coincide direttamente con l’aumento della depressione e dell’ansia della nostra società.12

Gli autori del libro” Il metodo danese per crescere bambini felici” si chiedono quale sia la causa di questo spostamento di fronte.

<<Centrale, per la filosofia della genitorialità danese, è il concetto di “zona di sviluppo prossimale”, introdotto per la prima volta da Lev Vygotskij, psicologo dello sviluppo russo. Esso afferma fondamentalmente che il bambino o la bambina hanno bisogno dei loro spazi per imparare e crescere negli ambiti più adatti a loro, ricevendo il giusto aiuto. Immaginate di aiutare un bambino a scavalcare un tronco caduto in un bosco. Se all’inizio ha bisogno di una mano per scavalcare, gli darete la mano, poi però forse solo un dito per aiutarlo, e quando sarà il momento, lo lascerete fare da solo. Non lo prenderete in braccio né lospingerete. In Danimarca i genitori cercano di non intervenire a meno che non sia assolutamente necessario. Confidano nel fatto che i loro figli siano in grado di fare e sperimentare cose nuove e lasciano loro gli spazi di cui hanno bisogno per costruire la propria fiducia in sé stessi. Forniscono loro le impalcature necessarie allo sviluppo e li aiutano a costruirsi la propria autostima, che è molto importante per “il bambino nella sua interezza”. Se i bambini si sentono sotto pressione, possono perdere l’entusiasmo in quello che stanno facendo, e ciò può causare paura e ansia. Invece i genitori danesi cercano di accompagnare i bambini nelle attività in cui si sentono sicuri e vogliono sperimentare una nuova capacità, e poi li spronano e li invitano ad andare oltre o a provare qualcosa di nuovo, mentre sono ancora eccitati e curiosi. Lasciando loro gli spazi di cui hanno bisogno e rispettando la zona di sviluppo prossimale, viene permesso ai bambini di sviluppare sia la capacità che la fiducia nel loro luogo di controllo interno. In questo modo sentono di essere responsabili delle loro sfide e dei loro progressi. I bambini che vengono spinti o trattenuti troppo rischiano di sviluppare un luogo di controllo esterno perché non dominano i loro progressi; lo fanno, invece, dei fattori esterni, e le fondamenta dell’autostima cominciano a vacillare. solo per l’apprendimento in sé, che di sicuro sarà più piacevole, ma perché saranno più sicuri delle loro abilità, dal momento che si sentiranno più responsabili nell’acquisirle.>>13

Andreas Weber, filosofo e biologo, scrittore e divulgatore tedesco, che ha scritto sulla poetica della natura, sull’economia ecologica e sul benessere dell’uomo, a proposito di spazi scriveva: <<Il fatto che per i bambini non sia quasi più possibile girare liberamente all’aperto è da considerare al pari di una catastrofe della civiltà>>14. Per Weber il raggio di azione della generazione contemporanea dei bambini si sta spostando sempre di più all’interno di edifici. Negli ultimi quattro decenni il territorio in cui si possono muovere liberamente si è ridotto in modo rilevante. (Questo aspetto lo riprenderò nel capitolo successivo).

Sempre Weber sottolinea che, con la scomparsa del gioco libero all’aperto, c’è il rischio che vada perduto qualcosa d’insostituibile e cioè la possibilità di manifestare i propri potenziali mentali fisici e spirituali, utili a diventare persone mature e coscienti.

Ritornando alle autrici J.Alexander e I.Sandahl, loro continuano l’analisi e si chiedono come possa venire in aiuto il gioco. Come ha scritto Gray, anche loro fanno riferimento agli studi sul gioco tra gli animali e alla sua importanza sulla funzione evolutiva.

Fanno riferimento alla ricerca di alcuni scienziati sulla condotta su ratti e macachi nel momento in cui vengono privati di compagni di gioco durante il periodo dello sviluppo.15 La ricerca dimostra che da adulti gli animali oggetto di studio sono maggiormente stressati e reagiscono in modo sproporzionato in situazioni critiche e sono incapaci di socializzare correttamente, reagiscono con paura o con aggressività esagerata. <<La causa è certamente la mancanza di gioco – affermano le autrici - perché quando agli animali viene permesso di giocare con un compagno anche solo per un’ora al giorno, si sviluppano in modo più normale e reagiscono meglio da adulti>> 16

Attraverso il gioco la capacità di gestire lo stress aumenta in quanto s’impara ad affrontare situazioni sempre più complesse. <<Non si coltiva la resilienza evitando lo stress ma imparando a controllarlo e padroneggiarlo>>.17

Le autrici pongono ai lettori la seguente domanda: Stiamo togliendo ai nostri figli la capacità di controllare lo stress non permettendo loro di giocare a sufficienza?

<<Guardando il numero dei casi di disturbi dell’ansia e delle diagnosi di depressione nella nostra società, viene da chiedersi se ci sia qualcosa che non va. Dal momento che una delle paure più forti di chi ha un disturbo dell’ansia è perdere il controllo delle proprie emozioni, non possiamo fare a meno di domandarci: se facciamo un passo indietro e lasciamo che i nostri figli giochino di più, saranno degli adulti più resilienti e più felici? Pensiamo che la risposta sia sì.>>18

Anche Peter Gray fa riferimento ad alcune ricerche sull’ansia e sui disturbi di apprendimento. << Alcuni bambini sono per natura più attivi e impulsivi di altri, e questo a scuola è un problema. Per loro è ancora più dura che per il bambino medio stare seduti immobili per ore e ore ogni giorno, svolgere esercizi e compiti che non gli interessano, supportare la noia. Con le forti pressioni della scuola contemporanea, questi bambini vengono etichettati come affetti da un disturbo mentale, l’Adhd. Secondo i dati più autorevoli nel momento in cui scrivo, circa al 12 per cento dei maschi e al 4 per cento delle femmine (negli Stati Uniti) in età scolare è stata diagnosticata questa sindrome. 19 Nella stragrande maggioranza dei casi, tale diagnosi viene formulata in seguito alle lamentele degli insegnanti. Pensateci! Il 12 per cento dei maschi – uno su otto – è stato etichettato come mentalmente disturbato a causa dell’incapacità o della riluttanza a svolgere per lunghi periodi compiti scolastici che trova tediosi. E questo è di per se grave. Oggigiorno sentiamo addirittura, e sempre più spesso, che si diagnostica l’Adhd a bambini di tre o quattro anni, che devono prendere dei farmaci perché non possono o non vogliono stare fermi e buoni all’asilo!>>20

Con questa accusa Gray ci fa riflettere sul fatto che anche la scuola dovrebbe recuperare “lo stato mentale giocoso” per cercare di instillare negli allievi un senso di libertà e giocosità e per ridurre l’ansia e la vergogna del fallimento.

La correlazione tra la vivacità nel gioco e le loro strategie di affrontare le difficoltà ambientali (coping) sono state dimostrate da alcuni ricercatori in uno studio in Massachusset. Hanno scoperto che esiste una diretta correlazione tra il livello di vivacità nel gioco dei bambini e la loro capacità di affrontare lo stress. I ricercatori hanno osservato che più giocavano, quindi imparavano a socializzare, maggiormente erano in grado di affrontare situazioni di stress desumendo che il gioco agisce su tutte le capacità di adattabilità. Altro studio simile è stato fatto su ragazzi adolescenti, sia con difficoltà emotive che con uno sviluppo normale, e il risultato è stato uguale ai bambini in età scolare.

La conclusione è che il gioco può essere usato per migliorare le strategie per la gestione dei problemi e le capacità di adattamento. Effettivamente al parco giochi se osserviamo giocare dei bambini che si arrampicano su alberi e salgono lo scivolo al contrario stanno sperimentando situazioni di pericolo e stress che solo loro sanno valutare e superare. <<Ciò che conta – affermanoJ.Alexander e I.Sandahl - è che i bambini siano consapevoli di poter controllare la quantità di stress che riusciranno a sopportare. Così si sentiranno in grado di controllare meglio la loro vita. (…) Imparano cosa sia la paura e come gestirla. (…). Per i bambini, anche le situazioni sociali sono stressanti. Il gioco sociale può portare sia al conflitto che alla cooperazione. La paura e la rabbia sono solo alcune delle emozioni che un bambino deve imparare a gestire per continuare a giocare.>>21

E’ evidente l’importanza e la potenza dello strumento gioco che al giorno d’oggi viene sottovalutato e messo in secondo piano rispetto a tutti gli altri impegni dei bambini.

Howard Chudacoff definisce la prima metà del 900 “l’età dell’oro del gioco infantile non strutturato”22. Per gioco non strutturato non intende che è privo di struttura. Infatti specifica che il gioco ha sempre una struttura in quanto non è un’attività casuale. Intende in realtà il fatto che è strutturato dai giocatori stessi e non da un’autorità esterna. Peter Gray lo chiama gioco libero. <<Sono i giocatori che decidono a cosa e come giocare, liberi di modificare man mano scopi e regole>>23. Il calcio di strada con le porte fatte con le magliette è gioco libero, mentre la partita di campionato dei pulcini non lo è. <<Il gioco libero è il modo in cui i bambini imparano a strutturare il proprio comportamento>>.24

Dopo la metà del ‘900 per Gray c’è stato un declino del gioco. Se all’inizio del ‘900 ci fu un calo della domanda di manodopera infantile che comportò maggior tempo per il gioco, ci fu successivamente un altrettanto aumento del controllo adulto sulla vita dei bambini che ridusse le occasioni di gioco libero. Da allora il declino fu continuo.25

Gray sostiene che dobbiamo fare in modo di lasciare tempo e spazio al gioco libero: <<L’autoaffermazione attraverso il gioco e l’esplorazione richiede enormi quantità di tempo non programmato – tempo per fare quel che pare e piace, senza pressioni, giudizi o intrusioni da parte di qualche autorità. Questo tempo serve per fare amicizia, giocare con idee e cose, annoiarsi e vincere la noia, imparare dai propri errori e sviluppare passioni. (…). All’autoformazione occorre anche spazio: per girovagare, allontanarsi, perlustrare. Idealmente, quello spazio dovrebbe comprendere tutti i tipi di terreno significativi per la cultura in cui si cresce>>26

A rinforzo del concetto del “gioco libero” l’autorevole psicologo russo Lev Vygotsky negli anni ’30 sosteneva che il gioco libero collettivo è il primo e fondamentale sistema con cui i bambini imparano a controllare impulsi ed emozioni. L’istinto per il gioco porta i bambini a dominare impulsi e superare disagi, così da rispettare le regole con la forza di trasferire in altri ambiti della vita tali competenze.27

Per Gray è anche importante poter sperimentare il gioco in cui i partecipanti hanno età diverse per imparare, per i più piccini, abilità e sistemi di pensiero dei più grandi, e per i più vecchi di imparare ad accudire i più piccoli.

 

Chiudiamo questo lungo argomento sul gioco libero con la conclusione del Cap. 2 “P sta per Play (gioco)" delle autrici J.Alexander e I.Sandahl che elencano 12 interessanti consigli per il gioco28:

  1. Spegnete tutto. Spegnete la televisione e tutti gli apparecchi elettronici! L’immaginazione è un ingrediente fondamentale perché il gioco abbia i suoi effetti positivi.
  2. Create un ambiente stimolante. Gli studi dimostrano che un ambiente ricco di stimoli, associato al gioco, aiuta la crescita della corteccia cerebrale. La presenza intorno al bambino di materiali che possano stimolare tutti i sensi – la vista, l’udito, il tatto e così via – favorisce lo sviluppo cerebrale durante il gioco.
  3. Usare l’arte. Il cervello dei bambini cresce quando creano. Quindi, non mostrate loro come debbono fare – tirate semplicemente fuori gli strumenti necessari e lasciateli creare spontaneamente.
  4. Lasciateli esplorare all’aria aperta. Portateli fuori quanto più possibile per giocare in mezzo alla natura – nei boschi, al parco, sulla spiaggia, ovunque. Cercate di trovare aree sicure dove non abbiate paura di lasciarli liberi di esplorare l’ambiente circostante. Sono questi i posti nei quali possono veramente usare la loro immaginazione e divertirsi.
  5. Mettete insieme ragazzi con età diverse. Cercate di far stare i vostri bambini con altri di età diversa. Così la zona di sviluppo prossimale progredisce, permettendo ai bambini di favorirsi reciprocamente nell’apprendimento, facendo in modo che uno aiuti l’altro a raggiungere in maniera naturale un nuovo livello. Così, i bambini imparano sia a essere protagonisti del gioco sia a cooperare con gli altri. Imparano a partecipare al gioco e anche a mettersi alla prova. Ecco come si insegnano le strategie di autocontrollo e di negoziazione tanto necessarie nella vita.
  6. Lasciateli liberi e dimenticate il senso di colpa. Non hanno bisogno di un’attività che sia guidata da un adulto né di giocattoli particolari. Più riuscirete a lasciare che siano loro a controllare il gioco, usando l’immaginazione e facendolo per conto proprio, più lo faranno bene. Le abilità che impareranno sono inestimabili. Siamo così impegnati a preoccuparci delle tante attività organizzate nelle quali sono coinvolti i nostri figli, o di quello che imparano, che ci dimentichiamo di quanto sia importante lasciarli giocare liberamente. Smettete di sentirvi in colpa pensando che farli giocare significhi non fare i genitori. A loro manca il gioco spensierato!
  7. Siate autentici. Se volete giocare con i vostri bambini, dovete essere autentici al 100% in quel che fate. Non abbiate paura di sembrare stupidi. Lasciate che siano loro a guidare. Smettete di preoccuparvi di ciò che gli altri pensano di voi o di ciò che voi pensate di voi stessi. Mettetevi al loro livello e cercate di lasciarvi andare almeno per venti minuti al giorno, se per voi è una cosa difficile da fare. Anche poco tempo passato a giocare al loro livello vale più di qualsiasi giocattolo che possiate comprare.
  8. Lasciate anche che giochino da soli. Giocare da soli è estremamente importante per i bambini. Spesso è proprio questo il modo che usano per rielaborare le nuove esperienze, i conflitti, e gli eventi quotidiani della loro vita. Impegnandosi in giochi di fantasia e usando voci diverse, sono in importante per sviluppare la fantasia e l’immaginazione.
  9. Create un percorso ad ostacoli. Cercate di costruire percorsi a ostacoli con piccoli sgabelli e materassini, o in qualche modo create degli spazi in casa nei quali i vostri bambini possano muoversi e usare la fantasia. Lasciateli liberi di giocare, arrampicarsi, esplorare e creare – e non stressatevi per questo.
  10. Coinvolgete altri genitori. Coinvolgete altri genitori nel “movimento del gioco sano”. Più genitori lo praticano, più bambini possono essere liberi di giocare insieme in attività non guidate dagli adulti. I pediatri negli Stati Uniti hanno creato delle linee guida per convincere i genitori che il gioco è salutare. È prezioso per i bambini e i genitori che ne sono consapevoli dovrebbero promuoverlo e discuterne con gli altri.
  11. Evitate di intervenire troppo velocemente. Cercate di non giudicare gli altri bambini con troppa severità e non intervenite troppo velocemente per proteggere i vostri figli dagli altri. A volte imparare come rapportarsi ai bambini più difficili dà loro le lezioni più importanti di autocontrollo e resilienza.
  12. Lasciateli andare. Lasciate che i vostri bambini facciano le cose per conto loro. Quando sentite il bisogno di “proteggerli”, fate un passo indietro e un bel respiro. Ricordate che stanno imparando alcune delle più importanti abilità che serviranno loro nel corso della vita.

Note:

1 Peter Gray ha studiato psicologia e biologia alla Columbia University e ottenuto un dottorato in biologia presso la Rockeffeler University. Da allora ha condotto le sue ricerche come membro del dipartimento di Psicologia del Boston College. Negli anni i suoi studi si sono concentrati sulla psicologia da un punto di vista evoluzionistico e in particolare sulla funzione del gioco nello sviluppo cognitivo del bambino.

2 Gray P, Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015, pp. 148, 149;

3 ibidem

4 ibidem

5 Cit. Gray P., Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015

6 Questa lista delle caratteristiche peculiari del gioco Gray le ha desunte da: J.Huizinga, Homo Ludens, Einaudi, Torino 2002; K.H. Rubin, G.G. Fein e B. Vandenberg, Play, in P.H. Mussen e E. M. Hetherington (a cura di) Handbook of Child Psychology, vol. 4, Wiley, New York 1983, pp. 693-774; P. K. Smith, Play: Types and Functions in Humane Development, in B. J. Ellis e D. F. Bjorklund (a cura di), Origins of the Social Mind: Evolutionary Psychology and Child Development, Guilford, New York 2005; K. Sylva, J. Bruner e P. Genova, Ruolo del gioco nella soluzione dei problemi in bambini dai 3 ai 5 anni, in J. Bruner, A. Jolly e K. Sylva (a cura di), Il gioco: ruolo e sviluppo del comportamento ludico negli animali e nell’uomo, Armando, Roma 1981; L. Vygotsky, The role of Play in Development, in M. Cole, V. John-Steiner, S. Scribner ed E. Souberman (a cura di), Mind and Society: the Development of Higher Psychology Pocesses, Hardvard University Press, Cambridge (ma) 1978, pp. 92-104.

7 Alexander J. e Sandahl I., Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, p.33

8 Leif Strandberg, Vygotskij i praksis, Copenhagen, Akademisk Forlag, 2009 cit. in Alexander J.e Sandahl I., Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016

9 Ibidem, pp.35,36

10 Ibidem;

11 Jean M. Twenge – Liqing Zhang – Charles Im, It’s Beyond My Control: A Cross­Temporal Metanalysis of Increasing Externality in Locus ofControl, 1960­2002, in «Personality and Social Psychology Review», 8, n. 3, pp. 308­19, 2004, cit. in J.Alexander e I.Sandahl, Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, p. 24-25;

12 Gli individui che soffrono di disturbi d’ansia definiscono la perdita di controllo emotivo come una delle loro più grandi paure. David H. Barlow, Anxiety and Its Disorders: The Nature and Treatment of Anxiety and Panic , ii ed., New York, Guilford Press, 2002.

13 Alexander J. e Sandahl I., Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, p. 24

14 Ritorniamo sugli alberi, GEO Magazin n. 08/2010

15 Per articoli su questa ricerca sulla privazione del gioco, vedi Peter LaFreniere, Evolutionary Functions of Social Play: Life Histories, Sex Differences, and Emotion Regulation , in «American Journal of Play» 3, n. 4, pp. 464-88, 2011; S. M. Pellis – V. C. Pellis – H. C. Bell, The Function of Play in the Development of the Social Brain , in «American Journal of Play», 2, n. 3, pp. 278-96, 2010.

16 Alexander J. e Sandahl I., Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, p. 26

17 Ibidem p. 27

18 ibidem

19 L. Guemple, Taching Social Relations to Inuit Children, in T. Ingold, D. Riches e J. Woodburn (a cura di), Hunters and Gatherers 2:Property, Power, and Ideology, Berg Oxford 1988, p137, in Gray, Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015, pp. 78-79

20 Gray P., Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015, pp. 78-79

21 Alexander J. e Sandahl I, Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, p. 28

22 H. P. Chudacoff, Childeren at Play: an American History, 2007 cit. P. Gray, Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015

23 Gray P, Lasciateli Giocare, Einaudi Editore, Torino, 2015, p. 16

24 ibidem

25 ibidem

26 ibidem, p. 102

27 Vygosky L., Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori, Giunti editore, Firenze, 2009

28 Alexander J. e Sandahl I, Il metodo danese per crescere bambini felici, Newton Compton, Roma, 2016, pp. 31-32-33